Pedrito Bonavita

Sfuggire ad ogni inquadratura, come in un piano sequenza movimentato. No ad etichette, categorie, definizioni precise. Pedrito non lo puoi definire con aggettivi che rimangono validi per più di due mesi, perché la sua arte è un flusso in continuo rinnovamento. L’intuizione che muove i pennelli è qualcosa che non puoi prevedere. Alcuni critici usano il termine ‘astratto’, e sì, forse possiamo dire che il genio che si aggira negli occhi di Pedrito probabilmente ama attingere al fermento sviluppatosi in Europa nei primi decenni del XX secolo, l’Astrattismo appunto. Una poetica che sembra staccarsi dalla rappresentazione di un oggetto reale. Una poetica che però, forse, ci sta invitando a scovare una realtà autentica in quella bolgia di colori e forme. Sbagliate, se vi fermate davanti a una sua opera tentando a tutti i costi di interpretare un messaggio. Dovete lasciarvi travolgere dalla corrente la cui sorgente è l’anima stessa di Pedrito Bonavita.

Figlio di Rocco, quel Rocco che è tra i pittori più conosciuti, dopo una prima infanzia a Buenos Aires il nostro Pedrito cresce nel centro storico amanteano, quasi ai piedi della torre, sulla strada che va alla chiesetta di san Francesco d’Assisi. Possiamo dire che l’avvicinamento all’arte è stato immediato. Il profumo di trementina e di colori ad olio, che circolavano in casa, è stato quasi un’ipnosi che lo ha condotto a cimentarsi nell’arte pittorica. Tra i primi sfocati ricordi di quando aveva 5 anni o poco più, c’è la copertina di una rivista su Albrecht Dürer: una Natività di Gesù, che Pedrito si mette in testa di ricopiare a modo suo. Fu la sua prima prova d’artista, quella cosa che gli fece scattare nella mente una passione impetuosa per il disegno.

Poi sono venuti gli anni delle scuole medie, dolci ricordi del prof. Orfeo Reda che partecipava a lui e ai suoi coetanei il sacro fuoco della pittura, facendogli praticare lo studio d’arte che Reda aveva a Campora San Giovanni. Pedrito ricorda con simpatia una giornata, alle medie, dove ciascun studente avrebbe dovuto portare da casa un disegno da mettere in mostra. Lui ne portò talmente tanti, che alla fine li regalò a tutti gli insegnanti presenti.

Il perfezionamento della tecnica è avvenuto negli anni delle superiori, nell’Istituto d’Arte frequentato a Cetraro e poi il naturale percorso presso l’Accademia di Belle Arti a Catanzaro e a Firenze. Il 1977 è probabilmente l’anno della sua prima mostra collettiva, una Festa dell’Unità fatta ad Amantea su corso Vittorio Emanuele II.

Negli anni ’80 Pedrito è già tra i più vivaci animatori della scena amanteana, protagonista di esperienze epocali come il “blocco artistico” denominato Vico III, una mostra estiva che aveva come postazione fissa il vico di via Margherita che si collega con l’attuale via Mazzini, vicino gioielleria Rubino. Sono gli anni del grande fermento culturale voluto dal mitico Franco Magli, che insieme a Pedrito e a Salvatore Tonnara spingeranno l’arte amanteana verso direzioni nuove.

Pedrito ci racconta come proprio in quegli anni matura l’idea di ‘azioni urbane’ capaci di cambiare il volto di Amantea, seppur temporaneamente. Prende corpo l’idea di blitz inaspettati che lo portavano, per esempio, a lasciare colori e segni sugli scogli della battigia.

Osservando le centinaia di opere di Pedrito, notiamo che accanto alle visioni astratte compaiono comunque i simboli della tradizione amanteana. Come le alici, che col tempo sono diventati pesci caratterizzati da un blu nel quale si riconosce subito la mano del nostro autore. Ma Pedrito adora anche le sfumature che dall’argentato passano al verde e che appartengono alle sarde, che lui ripropone nelle meravigliose e sperimentali ceramiche pittoriche. Sì, perché Pedrito è anche un maestro della ceramica e su questa “stende” colori e lineamenti bellissimi.

Ecco, potremmo suddividere la produzione di Pedrito in: astratto, romantico, figurativo. Astratto quando è prevalente l’impetuosità di colori e forme che non si agganciano alla realtà. Romantico quando interpreta il suo vissuto amanteano, lui che da bambino andava col nonno in spiaggia poiché egli aveva da fare la riparazione delle reti, oppure stavano insieme ad attendere i marinari, all’alba, e osservavano donne e uomini pronti a riempire le cassette di alici. Figurativo quando, a modo suo, bizzarro, ci restituisce figure (come può essere un Cristo) che sono tipi classici della pittura meridionale.

Oggi Pedrito Bonavita viaggia parecchio e la sua meta annuale sono gli Stati Uniti, dove fa anche preziose collaborazioni come progettista di interni, arredamenti per locali. In quelle occasioni è usuale incontrarlo per Brooklyn con le tele stese a terra, intento a immortalare un paesaggio o altro.

È un artista che porta con sé un imperativo: sperimentare sempre. Materia e supporto, non dateli mai per convenzionali nelle opere di Pedrito, se entrate per caso nel suo laboratorio nei pressi di palazzo Alecce, ad Amantea, lo capirete facilmente.