San Pietro in Amantea

Ritrovarsi alle feste sampietresi, d’estate, è la vera ricchezza degli affezionati villeggianti che popolano il comprensorio o che risiedono proprio in San Pietro in Amantea. 350 metri sul livello del mare e un’aria fresca, pulita e frizzante che è invidiata da tutti. Non c’è evento organizzato dalle associazioni o dalla Pro Loco che non attiri la presenza di centinaia di buongustai, festanti e desiderosi di assaggiare la buona gastronomia partorita dalle sapienti mani delle signore chef del posto. Cose che non troverete in alcun ristorante, guida o programma tv.

Piazza IV novembre è una scenografia di quelle che esaltano i sensi, la fantasia, il buonumore. I platani orientali, giganti, paterni, stupendi, stanno lì da un centinaio d’anni e sono quasi quaranta metri in altezza di tendoni naturali che regalano pace, frescura, armonia. Ti fermi lì sotto e vorresti starci in eterno, su quella panchina, a chiacchierare con gli amici. Da tutti conosciuto come “u chiuppu” – il pioppo – in realtà il grande platano che sta al centro della piazza ha una storia curiosa poiché è nato per puro caso. Subito dopo la Prima Guerra Mondiale si doveva trovare un palo utile a sostenere un’acacia, a sua volta buona per fare ombra sulla storica fontana del 1900, detta “du zu Tittu”, e fu ricavato un legno di supporto da un platano. L’acacia non ebbe vita lunga, il platano crebbe maestoso. Oggi è il simbolo della forte identità sampietrese.

La fede religiosa scandisce le tappe di festa collettiva nell’anno solare. Tra tutte le credenze, la devozione per la Madonna delle Grazie fa battere il cuore di tutti, attirando verso San Pietro anche pellegrini a piedi.

Un manto color celeste, che avvolge una statua verso la quale tutti guardano con gratitudine. Un’icona che suggestiona anche l’osservatore più distaccato, e che misteriosamente sta sull’altare e non si sa come sia apparsa, quale mano di pittore possa averla creata. Un pellegrinaggio che mette i brividi. I giorni che precedono il 2 luglio – giorno della sentitissima processione tra i vicoli del borgo – sono pervasi da un’atmosfera mistica, da sentimenti di fede e da speranze rigeneranti. Dai paesi vicini diverse decine di persone si mettono in cammino per raggiungere a piedi la chiesa della Madonna delle Grazie di San Pietro in Amantea. Ciascuno ha qualcosa da chiedere. Una guarigione, un conforto, una fortuna. Un tempo questa figura di madonna era al centro delle preghiere di agricoltori e allevatori. Era frequente trovarvi, per esempio, un allevatore che chiedeva un miracolo per un animale malato, per lui fonte insostituibile di benessere. La statua è di fine ‘500, dono di una nobildonna della confinante Amantea, Livia Ruffo, moglie di Scipione Cavallo, noto per aver partecipato con un gruppo di marinai alla battaglia di Lepanto.
La chiesa, la cui origine è attualmente indecifrabile, ospita dei dipinti eccezionali di Francesco Antonio Lupi (un Ecce Homo e un San Giuseppe), artista fenomenale di metà Ottocento, la cui traccia pittorica lascia stupefatti i critici e i semplici appassionati.

La chiesa vecchia di San Bartolomeo Apostolo si prende la scena nel cuore del centro storico. É un edificio di una verticalità impressionante, il cui tetto è stato ricreato con un ottimo recupero architettonico in anni recenti, dopo il collasso avvenuto nella prima decade del ‘900 in seguito a rovinoso sisma. L’immensa navata unica era secoli addietro arricchita da bellissime cappelle nobiliari. Le famiglie più facoltose amavano disporre di spazi sacri per rivolgere suppliche ai santi prediletti, e versavano regolari canoni per poter seppellire i propri cari nelle chiese più importanti. Quella di San Bartolomeo – patrono festeggiato il 24 agosto – era la chiesa di fattura seicentesca più pregevole, che sfidava in bellezza barocca anche quelle sontuose della vicina Amantea. Oggi la muratura interna lascia intravedere qualche scorcio delle antiche rifiniture e decorazioni. Nel ‘600, ricordiamolo, San Pietro finì nelle mani di un ambizioso feudatario, il principe Ravaschieri il quale già possedeva Belmonte Calabro a pochi km di distanza. Il paese si staccava, per la prima volta, dall’orbita politica di Amantea, l’universitas affacciata sul mar Tirreno che godeva di particolare autonomia concessa dal re. Ravaschieri, che ambiva a essere considerato nel novero delle famiglie più illustri, sicuramente elargì somme importanti di denaro per sostenere la costruzione dell’edificio e per abbellirlo.
Il fascino di questo imponente spazio sconsacrato è divenuto, oggi, una sede naturale per allestimenti di mostre, ricercata da artisti fotografi, pittori, scultori e abili artigiani di metalli e tessuti.

Tra i protagonisti civili vogliamo ricordare l’umile maestra di scuola elementare Ines Nervi Carratelli, eletta democraticamente e nominata sindaco dal 1946 al 1952. Fu tra le prime donne in Italia ad avere l’onore di essere il primo cittadino nello sconvolgente scenario del dopoguerra post fascismo. Una delle tre donne sindaco in Calabria, le altre due elette furono Lydia Toraldo Serra a Tropea e Caterina Tufarelli a San Sosti. Non era facile dare speranza, a quei tempi. Ma Ines fu tra le promotrici di una lunga stagione di ripresa. San Pietro vide la pavimentazione di alcune strade e un primo impianto fognario – come ha segnalato la documentazione raccolta dal professor Francesco Gagliardi. É ricordata nella Sala delle Donne, a Montecitorio, tra i ritratti delle coraggiose “ragazze del ‘46”, madri della nascente Repubblica. A Ines è dedicato un premio letterario di poesia.